La macchina di Santa Rosa

Oggi è chiamata Tuscia, ma anticamente il territorio dominato dagli etruschi, tra Lazio, Umbria e Toscana, era chiamato Etruria, un territorio dove si alternano monti e laghi vulcanici, faggete e sorgenti termali. Di quella epoca tanto lontana restano tracce indelebili sul territorio, in particolare a Tarquinia con la Necropoli di Monterozzi.

In questa terra così antica si perpetuano dunque tradizioni che affondano anch’esse radici in tempi lontanissimi: si pensi ad esempio al Palio della Tonna a Civita di Bagnoregio, alla Rievocazione dei Misteri di Santa Cristina a Bolsena ma soprattutto al trasporto della Macchina di Santa Rosa di Viterbo. La città che in passato ha ospitato la sede pontificia e che vanta uno dei centri storici più belli al mondo, ogni anno attira migliaia di turisti in occasione delle celebrazioni in onore della patrona, Santa Rosa.

Origine della Macchina di Santa Rosa

La Macchina di Santa Rosa è una torre monumentale costruita con materiali come cartapesta, vetroresina e metallo ed illuminata da centinaia di lucine elettriche. La straordinarietà dell’opera, che arriva ad un’altezza di 30mt con un peso di circa 5 tonnellate, è che la Macchina, sulla cui cima c’è la statua della santa bambina, viene trasportata dai Facchini per le vie della città, sfidando letteralmente la gravità. Non stupisce dunque che l’UNESCO abbia dichiarato la Macchina di Santa Rosa di Viterbo Patrimonio Immateriale dell’Umanità.

Quella che oggi può sembrare una realizzazione frutto della modernità dei tempi, ha invece origini databili all’incirca intorno al 1258. Nel settembre di quell’anno infatti il corpo della piccola Rosa fu traslato dalla Chiesa di Santa Maria in Poggio alla Chiesa di San Damiano (oggi Santuario di Santa Rosa), per precisa volontà del pontefice Alessandro IV.

Da quel momento in poi ogni anno si volle ricordare quel viaggio, rievocandolo prima con l’effige della santa o con una statua posta su un baldacchino, poi con opere sempre più grandiose.

Le prime notizie certe dell’esistenza della Macchina di Santa Rosa risalgono al 1686 quando dopo i Vespri un delegato comunicò ai viterbesi il giorno esatto del trasporlo della Macchina. All’inizio si trattava di congegni barocchi ma piuttosto semplici, fatti di legno e decorati con candele e fiori.
Dal

XVIII secolo in poi l’uomo, spinto dalla devozione per santa Rosa, osò sempre di più nella costruzione della Macchina, con baldacchini sempre più lavorati con motivi gotici ma soprattutto costantemente più alti.

Tra le Macchine di Santa Rosa passate alla storia come la più bella mai realizzata c’è Volo d’Angeli del 1967, realizzata in legno, cartapesta e ferro, con uno stile che richiamava più direttamente quello che caratterizza la città di Viterbo.

Si possono ammirare foto e riproduzioni in scala di Volo d’Angeli e di altre Macchine nel Museo del Sodalizio dei Facchini, sito all’interno di un palazzo storico del pittoresco quartiere di San Pellegrino.

Qui sono esposti anche dei Ciuffi, ovvero cuffiette protettive in cuoio portate da alcuni Facchini durante il trasporto, legati ad alcuni noti personaggi: uno è stato indossato dall’astronauta Roberto Vittori nato proprio a Viterbo, mentre un altro ricorda la vista di Papa Giovanni Paolo II avvenuta nel 1984: Wojtyla ammirò Spiragli di Fede, la macchina che sfilò eccezionalmente solo per lui in una sera di pioggia torrenziale nel mese di maggio.

I facchini e la preparazione al trasporto

Il compito di trasportare la Macchina di Santa Rosa spetta ai Facchini, altrimenti chiamati Cavalieri di Santa Rosa: sono tutti uomini, anche se nel 1850 la vedova di un Capofacchino prese il posto del marito assieme ai suoi figli. Non tutti possono diventare Cavaliere di Santa Rosa: devono infatti superare una prova che consiste nel trasportare per 90mt un peso di 150kg, visto che nel corso del trasporto il peso che devono sostenere è 50kg per ogni Facchino.

Indossano pantaloni, camicia e in testa un fazzoletto tutto bianco a simboleggiare la purezza di Santa Rosa.

Invece la fascia elastica che cinge la vita dei Facchini, allo scopo di sostenere la zona lombo-sacrale durante il trasporto, è rossa: questo colore ricorda quei cardinali che nel 1258 traslarono le spoglie della santa. I Facchini si dividono in tre categorie: ci sono i Ciuffi, dal nome del copricapo in cuoio che protegge la loro cervicale trovandosi proprio sotto la Macchina e riconoscibili da un callo proprio sulla nuca; le Spallette sono coloro che reggono il peso su una sola spalla; infine le Stanghette si trovano nelle file più esterne, posteriori, laterali e anteriori.

Il 3 settembre i Facchini si recano prima in Comune per salutare le autorità e poi si apprestano a fare visita a sette chiese nel cuore del centro storico di Viterbo: all’interno della Chiesa di Santa Maria Liberatrice i Facchini, all’incirca un centinaio, si ritrovano ad intonare l’inno Mira il tuo popolo dedicato alla Vergine Maria, rendendo l’atmosfera in chiesa toccante e suggestiva.

 

Dopo aver ricevuto le indicazioni sul percorso da intraprendere all’interno del Convento dei Cappuccini, i Facchini sono pronti a iniziare il trasporto partendo dalla Chiesa di San Sisto, dove ricevono una benedizione in articulo mortis in vista dello sforzo eroico che dovranno sopportare, spinti dalla fede in santa Rosa, fino al Santuario di Santa Rosa.

Il percorso della Macchina di Santa Rosa

Il tragitto è lungo all’incirca 1km e viene percorso in una Viterbo buia e mistica, dove l’unica luce proviene dalla stessa Macchina di Santa Rosa, tra ali di folla gioiosa, stupita e in preghiera: il silenzio è interrotto solo dalle grida del Capofacchino che guida i suoi uomini, tra un Santa Rosa AvantiSollevate Santa Rosa e Sotto col Ciuffo.

Le soste nel corso del trasporto sono cinque e sono solitamente: in Piazza Fontana Grande al cospetto dell’omonima fontana del XIII secolo alimentata ancora oggi dall’acquedotto romano del IX secolo; Piazza Plebiscito dove si affacciano il Palazzo dei Priori e la Torre dell’Orologio del Palazzo del Podestà; Piazza delle Erbe dove sorge la Fontana di Santo Stefano del XVII secolo; Corso Italia al cospetto della Chiesa del Suffragio; e in Piazza Verdi.

Il tratto finale del percorso è il più arduo: i Facchini devono superare una salita dalla pendenza del 12%, aiutati da travi e funi, fino a raggiungere finalmente il Santuario di Santa Rosa: questo è forse il momento più toccante, con i Facchini certamente stremati dalla fatica ma felici per aver celebrato l’amata Santa Rosa.

Presso il Santuario, la Macchina di Santa Rosa è esposta per alcuni giorni a favore di tutti i fedeli che vogliono contemplarla e pregare sull’urna che contiene le sacre reliquie della santa.

Nel corso della storia del trasporto della Macchina di Santa Rosa non sono certo mancati incidenti o pericoli scampati: nel 1790 la macchina precipitò al suolo mentre nel 1801 non solo un’accusa di furto creò scompiglio tra la folla ma pochi passi dopo la macchina prese fuoco distruggendosi completamente, portando addirittura Papa Pio VII a sospendere le celebrazioni per 9 anni.

Armonia Celeste, la Macchina di Santa Rosa del 1987, durante il percorso oscillò paurosamente e non cadde sulla folla solo per la bravura dei Facchini: il motivo era insito nella sua mole, essendo alta quasi 34mt. Da allora si pose il limite di 30mt all’altezza della Macchina.

La festa di Santa Rosa: occasione per scoprire Viterbo

La festa di Santa Rosa è molto sentita a Viterbo, tanto che c’è anche un dolce legato alla santa, ovvero le Pagnottelle di Santa Rosa a base di uvetta, nocciole e noci. Il momento clou delle celebrazioni, ovvero il trasporto della Macchina di Santa Rosa, è preceduto da un suggestivo corteo storico che sfila nelle vie del centro storico il 2 settembre.

I 300 figuranti in abiti d’epoca e le Rosine, che con le loro vesti grigie impersonano la Santa, sfilano accompagnando un’urna dorata contenente il Sacro Cuore della patrona trasportato dagli immancabili Facchini.

Non c’è dunque occasione migliore di questi due giorni di celebrazioni per conoscere Viterbo, nota anche come “Città dei Papi” perché tra il 1255 e il 1266 divenne sede pontificia. Simbolo di questo periodo è il Palazzo dei Papi di cui spicca la splendida Loggia delle Benedizioni dalla quale il Pontefice benediva i fedeli.

Nonostante oggi appaia una sala spoglia, merita una visita la Sala del Conclave, dove si svolse una delle elezioni papali più lunghe della storia in quanto ci vollero 1006 giorni per nominare Gregorio X. Si racconta che la gente esasperata chiuse i cardinali in questa stanza a chiave, appunto cum clave: da qui l’espressione in uso ancora oggi.

Palazzo dei Papi

Accanto al Palazzo dei Papi si trovano il Duomo di San Lorenzo, con la sua facciata rinascimentale e il campanile gotico bicolore, e il Museo del Colle del Duomo. All’interno del museo, tra reperti etruschi come un Sarcofago in terracotta e romani come la Dea dell’Abbondanza, vi sono opere di immenso valore tra cui l Madonna con Bambino del Cavarozzi e La Crocifissione di scuola michelangiolesca.

Quartiere di San Pellegrino

Tra le zone più belle di Viterbo c’è senza dubbio il quartiere di San Pellegrino dove tra case-torri e case a ponte, profferli e passaggi coperti, sembra di essere catapultati in pieno medioevo: Piazza San Pellegrino è un vero gioiello, con l’omonima chiesa il cui nucleo originario risale all’XI secolo, e il Palazzo degli Alessandrini del XIII.

Piazza del Plebiscito

Una delle zone in cui la Macchina di Santa Rosa fa sosta è di solito Piazza del Plebiscito: qui si affaccia il Palazzo dei Priori, i cui interni rivelano lo splendido affresco della Visitazione nella Cappella del Palazzo e la cinquecentesca Sala Regia, dove i dipinti narrano la nascita mitologica di Viterbo per mano di Noè.

Chiesa di San Silvestro

Ultime tappe a Viterbo non possono non essere la Chiesa di San Silvestro risalente all’incirca all’anno 1000, teatro dell’omicidio di Enrico di Cornovaglia per mano di Guido da Monfort, e la Chiesa di Santa Maria Nuova con il pulpito esagonale a un angolo della facciata, dal quale predicava nel 1266 Tommaso d’Aquino.

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